Salutiamoli

25 dicembre 2011

Addio a Giorgio Bocca, grande giornalista

Si è spento il giorno di Natale. Il destino ha voluto che Giorgio Bocca, una delle penne più brillanti del giornalismo italiano, morisse uno dei pochi giorni all’anno in cui i quotidiani non escono. Era nato a Cuneo il 28 agosto del 1920 e ora ci lascia a 91 anni nella sua casa di Milano, dopo una breve malattia.

(continua…)

19 dicembre 2011

Si è spento Hitchens, l’ateo ribelle

Christopher Hitchens, è morto a 62 anni in ospedale a Houston, dopo aver lungamente lottato contro il cancro all’esofago. Armato di un talento pungente e sfrontato, Hitch nella sua carriera di giornalista e scrittore aveva sfidato con la sua penna autorità politiche e religiose. Nel suo mirino sono finiti, tra gli altri, Chiesa cattolica, quella mormone, la festa ebraica della Hannukah e quella cristiana del Natale, gli islamofascisti, le figure di Madre Teresa di Calcutta, Henry Kissinger, Bill Clinton, Fidel Castro, Cindy Sheehan (mamma pacifista ostile alla guerra in Iraq), Benedetto XVI e Dio stesso. Hitchens era infatti un ateo convinto, che aveva fatto dell’ateismo militante la sua ultima missione. (continua…)

16 dicembre 2011

E’ morto Perogatt, il papà di Calimero

Si è spento all’età di 82 anni a Guanzate, in provincia di Como, Carlo Peroni. Forse il nome di battesimo non vi dice molto, ma il nome d’arte  Perogatt sicuramente vi ricorderà il celebre fumettista. La sua matita ha creato molti personaggi, resi anche celebri dal Carosello, come Calimero e l’Ispettore Perogatt.

Nato nel 1929 a Senigallia, in provincia di Ancona, iniziò la sua carriera nella redazione de Il Giornalino nel 1948. Nel 1963, appena assunto dai fratelli Nino e Tony Pagot, diede vita al personaggio del pulcino piccolo e nero, Calimero. Come coronamento di una carriera lunga piena di soddisfazioni e riconoscimenti, Perogatt è stato premiato ad Acquicomics 2003 e TorinoComics 2004.

Il fumettista ci lascia un’eredità ricchissima, i suoi personaggi.

 

28 ottobre 2011

E’ morto il poeta dell’anima, James Hillman

“Il codice dell’anima”, del 1996, è stato il libro di Hillman che ha avuto maggiore diffusione nel Mondo. Per questo, lo psicoanalista e filosofo statunitense si era guadagnato l’appellativo di poeta dell’anima. Ci ha lasciato ieri, nella sua casa di Thompson (Connecticut) all’età di 85 anni, dopo una lunga battaglia contro un tumore alle ossa. Ne ha dato l’annuncio la moglie, Margot McLean-Hillman.

Nato nel 1926 ad Atlantic City, James Hillman è stato allievo di Carl Gustav Jung e ha diretto per dieci anni il “C. G. Jung Institute” a Zurigo. Fondatore della psicologia archetipica e carismatico terapista, ha divulgato le sue teorie scrivendo molti volumi.

Nel 1970, rientrò negli Stati Uniti e divenne direttore delle Spring Pubblications. In questo periodo, Hillman fondò una nuova scuola di indirizzo junghiano sulla cultura e l’immaginale, applicando le conclusioni tratte dalle analisi individuali a processi di senso collettivo. Il successo di questo movimento fu immediatamente riconosciuto e rinnovò in profondità la tradizione junghiana.

Il libro che maggiormente ha lasciato il segno tra gli psicoanalisti è stata “ReVisione della psicologia”, dove Hillman ha destrutturato il pensiero junghiano, apportando quelle novità che hanno affascinato il mondo intellettuale: qui ha teorizzato la revisione della personalità in una cornice politeistica.

Nel 1978 fondò il Dallas Institute of Humanities and Culture, dove introdusse la cultura mitteleuropea nella sua scuola di pensiero. Nel 1984 si trasferì in Connecticut, per dedicarsi all’insegnamento e alla stesura di saggi. Nel 1992 l’Università di Notre Dame, in Indiana, gli dedicò un Festival of Archetypal Psychology. Hillman ha poi insegnato nelle Università di Yale, Syracuse, Chicago e Dallas, e si è dedicato a un’intensa attività di animazione culturale.

18 ottobre 2011

Il poeta Andrea Zanzotto si è spento

Andrea Zanzotto

Il grande poeta veneto Andrea Zanzotto è morto per una crisi respiratoria questa mattina alle 11 all’ospedale di Conegliano. L’usuraio atroce, come egli definì il tempo, si è preso la sua rivincita. Aveva 90 anni e gli era stato da poco assegnato il Leone d’oro alla carriera.

Era nato a Pieve di Soligo il 10 ottobre 1921. Cresciuto in una famiglia anti-fascista, Andrea Zanzotto era innamorato della sua terra e si era più volte espresso contro le istanze secessioniste della Lega Nord. Zanzotto ha trovato nei boschi, nei cieli, nel paesaggio della campagna veneta la sua ispirazione fin dall’infanzia, sotto l’influenza del padre pittore. E’ sempre stato in prima fila nelle battaglie per la giustizia sociale e per la difesa dell’ambiente.

“Già nella lontana infanzia, mi fu duro avvertire la situazione anomala della mia famiglia, in lotta con la precarietà. Si era reso difficilissimo il lavoro a mio padre per la sua opposizione al regime. Poteva mancare da un giorno all’altro il sostentamento”, raccontava. “Nel nostro paese pochi avevano votato contro il fascio nel plebiscito del 1929, e fra questi c’era mio padre, cosa che tutti sapevano. Ricordo che la maestra a scuola ci aveva presentato sulla lavagna la scheda elettorale col sì e tutti i bambini dovevano ricopiarla. Io invece, memore degli insegnamenti familiari, ho scritto no”.

Prese parte alla Resistenza, dove militò in Giustizia e libertà, e si laureò in Lettere all’Università di Padova. Dopo un breve periodo in Francia e in Svizzera, si dedicò all’insegnamento. I primi riconoscimenti per i suoi componimenti arrivarono al Premio Babila. Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sinisgalli e Vittorio Sereni, che componevano la giuria, decisero di premiare un gruppo di poesie, in seguito pubblicate con il titolo Dietro il paesaggio.

Fu poeta sperimentale, insegnante e critico letterario. Scrisse per L’Approdo letterario, Nuovi argomenti, Il Giorno, L’Avanti!, Il Corriere della sera. Fra i suoi più importanti volumi in versi troviamo La beltà, uscito nel 1968, ancora oggi ritenuto la raccolta fondamentale della sua opera. Collaborò con Federico Fellini per Casanova e La città delle donne.

Non ho mai creduto a una poesia immobile, pur avendo sempre davanti modelli classici, irrinunciabile luce ed enigma”, spiegava Zanzotto. “Io credevo alle amicizie, alle sintonie parziali, non ai gruppi. Il gruppo rappresentava per me la gestione di qualcosa di extraletterario, mentre io pensavo che ognuno dovesse seguire la sua strada e poi confrontarsi con gli altri”.

E in merito alla sua poetica diceva: L’uomo sta ribollendo nel proprio enigma, e la poesia non può dare che dei lampi di consolazione, nei quali appare ancora il miraggio dell’autofondazione e dell’autogiustificazione dell’essere. In essa c’è dunque un qualche valore, almeno provvisorio. Ma il quadro che abbiamo di fronte è quello di una catastrofe ecologica della mente”.

Vogliamo salutarlo con uno dei suoi componimenti più riusciti:

“Sì, ancora la neve

Che sarà della neve
che sarà di noi?
Una curva sul ghiaccio
e poi e poi… ma i pini, i pini
tutti uscenti alla neve, e fin l’ultima età
circondata da pini. Sic et simpliciter?
E perché si è – il mondo pinoso il mondo nevoso -
perché si è fatto bambucci-ucci, odore di cristianucci,
perché si è fatto noi, roba per noi?
E questo valere in persona ed ex-persona
un solo possibile ed ex-possibile?
Hölderlin: “siamo un segno senza significato”:
ma dove le due serie entrano in contatto?
Ma è vero? E che sarà di noi?
E tu perché, perché tu?
E perché e che fanno i grandi oggetti
e tutte le cose-cause
e il radiante e il radioso?
Il nucleo stellare
là in fondo alla curva di ghiaccio,
versi inventive calligrammi ricchezze, sì,
ma che sarà della neve dei pini
di quello che non sta e sta là, in fondo?
Non c’è noi eppure la neve si affisa a noi
e quello che scotta
e l’immancabilmente evaso o morto
evasa o morta.
Buona neve, buone ombre, glissate glissate.
Ma c’è chi non si stanca di riavviticchiarsi
graffignare sgranocchiare solleticare,
di scoiattolizzare le scene che abbiamo pronte,
non si stanca di riassestarsi
- l’ho, sempre, molto, saputo -
al luogo al bello al bel modulo
a cieli arcaici aciduli come slambròt cimbrici
al seminato d’immagini
all’ingorgo di tenebrelle e stelle edelweiss
al tutto ch’è tutto bianco tutto nobile:
e la volpazza di gran coda e l’autobus
quello rosso sul campo nevato.
Biancaneve biancosole biancume del mio vecchio io.
Ma presto i bambucci-ucci
vanno al grande magazzino
- ai piedi della grande selva -
dove c’è pappa bonissima e a maraviglia
per voi bimbi bambi con diritto
e programma di pappa, per tutti
ferocemente tutti, voi (sniff sniff
gran gnam yum yum slurp slurp:
perché sempre si continui l’“umbra fuimus fumo e fumetto”):
ma qui
ahi colorini più o meno truffaldini
plasmon nipiol auxol lustrine e figurine
più o meno truffaldine:
meglio là, sottomano nevata sottofelce nevata…
O luna, ormai,
e perfino magnolia e perfino
cometa di neve in afflusso, la neve.
Ma che sarà di noi?
Che sarà della neve, del giardino,
che sarà del libero arbitrio e del destino
e di chi ha perso nella neve il cammino
(e la neve saliva saliva – e lei moriva)?
E che si dice là nella vita?
E che messaggi ha la fonte di messaggi?
Ed esiste la fonte, o non sono
che io-tu-questi-quaggiù
questi cloffete clocchete ch ch
più che incomunicante scomunicato tutti scomunicati?
Eppure negli alti livelli
sopra il coma e il semicoma e il limine
si brusisce e si ronza e si cicala-ciàcola
- ancora – per una minima e semiminima
biscroma semibiscroma nanobiscroma
cose e cosine
scienze lingue e profezie
cronaca bianca nera azzurra
di stimoli anime e dèi,
libido e cupìdo e la loro
prestidigitazione finissima;
è così, scoiattoli afrori e fiordineve in frescura
e “acqua che devia
si dispera si scioglie s’allontana”
oltre il grande magazzino ai piedi della selva
dove i bambucci piluccano zizzole…
E le falci e le mezzelune e i martelli
e le croci e i designs-disegni
e la nube filata di zucchero che alla psiche ne vie?
E la tradizione tramanda tramanda fa passamano?
E l’avanguardia ha trovato, ha trovato?
E dove il fru-fruire dei fruitori
nel truogolo nel buio bugliolo nel disincanto,
dove, invece, l’entusiasmo l’empireirsi l’incanto?
Che si dice lassù nella vita,
là da quelle parti là in parte;
che si cova si sbuccia si spampana
in quel poco in quel fioco
dentro la nocciolina dentro la mandorletta?
E i mille dentini che la minano?
E il pino. E i pini-ini-ini per profili
e profili mai scissi mai cuciti
ini-ini a fianco davanti
dietro l’eterno l’esterno l’interno (il paesaggio)
dietro davanti da tutti i lati,
i pini come stanno, stanno bene?

Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”

E una pinzetta, ora, una graffetta.

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